“Il cinema Noir”

di Andrea Bettinelli

Subito dopo la seconda guerra mondiale, nell’estate del 1946, arrivano per la prima volta a Parigi i film prodotti a Hollywood negli anni del conflitto. Tra questi si distingue un gruppo di crime movies, molti dei quali tratti dai romanzi della scuola hard-boiled: Il mistero del falco di John Huston (da Hammett), Vertigine di Otto Preminger, L’ombra del passato di Edward Dmytryck (da Chandler) e La fiamma del peccato di Billy Wilder (da Cain). La visione simultanea di questi film produce una pronta reazione nella critica francese, che vi ravvisa fin da subito un cambiamento di segno rispetto all’ottimismo di fondo che aveva caratterizzato il cinema americano degli anni Trenta, a cui sembra essersi sostituita una nuova vena di “cinismo, pessimismo, oscurità” (per utilizzare le parole di Paul Schrader) e una nuova temperatura interna, un innalzamento del tasso di violenza e di erotismo.

Si deve a Nino Frank, critico cinematografico di origini italiane, l’adattamento a questo filone dell’aggettivo “noir”, fino ad allora impiegato per designare vari fenomeni artistici, dalla letteratura criminale (nel 1948 Gallimard inaugurerà la “Série noire”, collana di romanzi polizieschi) al cinema del cosiddetto “realismo poetico” francese (Il bandito della Casbah, Alba tragica e così via). La nuova formula critica viene definitivamente consacrata nel 1955 quando esce il celebre saggio Panorama du film noir américain, in cui Raymond Borde – fondatore della Cinémathèque di Tolosa – e Etienne Chaumeton – critico cinematografico sulla stampa locale della stessa città – sintetizzano un decennio di commenti francesi sul cinema noir americano, tentando un primo inquadramento e una definizione sistematica. Come scrive James Naremore nell’introduzione all’edizione americana, questo libro ha avuto sui registi della seconda metà del Novecento un’influenza paragonabile a quella avuta sugli scrittori del tardo Ottocento dal saggio di Baudelaire su Edgar Allan Poe. 

“La morte corre sul fiume” 1955

L’eredità di questa messa a punto critica sarà infatti raccolta, di lì a poco, dapprima dai giovani registi del nuovo cinema francese, che non a caso si cimenteranno subito, all’inizio della propria carriera, in vari tentativi di “rifare” il noir (Non sparate sul pianista di Truffaut, Fino all’ultimo respiro di Godard, Ascensore per il patibolo di Malle); in seconda battuta dai registi della nuova Hollywood, sulla scia di un articolo fondamentale pubblicato da Paul Schrader nel 1972 (Notes on film noir) che accompagna una stagione di recupero cinefilo, da Il lungo addio di Altman a Taxi driver di Scorsese (non a caso sceneggiato proprio da Schrader). E’ la nascita di una nuova categoria estetica che va oltre la nozione di genere, destinata a durare fino a oggi e ad agire tanto in ambito critico quanto in quello artistico.

Il noir nasce quindi da un incontro: quello tra il cinema poliziesco americano degli anni Quaranta e la cultura francese. I “film” noir nascono a Hollywood, ma il “concetto” di noir nasce in Francia, un paese in cui è molto forte la cultura dei cineclub e delle riviste di settore, pronto a cogliere il fattore artistico di opere che in America erano considerate alla stregua di prodotti commerciali. Nella terra che ha dato origine a fenomeni intellettuali di rottura, quali il surrealismo o l’esistenzialismo, l’inquietudine e l’erotismo perverso di questi film vengono interpretati come una critica implicita all’ideologia capitalistica degli USA, la presa d’atto – da parte del cinema – di un malessere profondo, narrato per via indiretta e allusiva.

Come ha scritto James Naremore: “Il film noir americano è, quasi interamente, una creatura della cultura postmoderna, una tardiva rilettura del cinema classico di Hollywood, reso popolare dai cineasti francesi della Nouvelle Vague, di cui si sono impossessati critici, accademici e registi, e che è stato poi riciclato in televisione”.

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